Contratto di espansione, nessun trattamento integrativo per le imprese non rientranti nel campo CIGS

In riferimento all’istituto del contratto di espansione, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con circolare n. 18 del 17 ottobre 2019, chiarisce che il trattamento di integrazione salariale straordinaria per la riduzione dell’orario non può applicarsi al personale dipendente di imprese non rientranti nel campo di applicazione CIGS.

Come noto, il contratto di espansione è un intervento rivolto alle grandi imprese come propulsore di crescita interna e della competitività in ambito esterno, che infatti prevede, quale caratteristica intrinseca, la programmazione per l’assunzione di nuove professionalità e l’inserimento di un progetto formativo e di riqualificazione del personale già dipendente, al fine di modificare e aggiornare le competenze professionali possedute dal personale, anche mediante un più razionale impiego delle risorse disponibili. Al contratto vi possono accedere, in via sperimentale per gli anni 2019 e 2020, imprese con un organico superiore a 1.000 unità lavorative che abbiano avviato un processo di reindustrializzazione e riorganizzazione di natura complessa tale che si determini in tutto o in parte una modifica dei processi aziendali, un progresso e uno sviluppo tecnologico dell’attività svolta. Il processo di formazione e riqualificazione può essere svolto attraverso riduzioni orarie del personale dipendente, integrate dal trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria. Altresì, in sede di accordo governativo, le imprese possono raggiungere anche un accordo di mobilità non oppositiva che, corredato dall’esplicito consenso in forma scritta dei lavoratori all’uscita anticipata, consente al datore di lavoro di risolvere il rapporto di lavoro e riconoscere ai lavoratori stessi, fino al raggiungimento del primo diritto a pensione, un’indennità mensile, comprensiva dell’indennità NASpI ove spettante, commisurata al trattamento pensionistico lordo maturato dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro. La prestazione di integrazione al reddito può essere riconosciuta con le medesime modalità anche ai lavoratori dipendenti di imprese di grandi dimensioni che non rientrano nel campo di applicazione del trattamento di integrazione salariale, ma che aderiscano a Fondi di solidarietà bilaterali (art. 26, D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 148) già costituiti o in corso di costituzione, non sussistendo l’obbligo per essi di apportare modifiche ai relativi atti istitutivi (art. 41, co. 6, D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 148). A copertura di tale nuovo beneficio, posto il carattere sperimentale dello stesso, il Legislatore ha individuato espressamente il limite di spesa, riferito alla NASpI, entro cui è possibile procedere alla sottoscrizione dell’accordo governativo.
Di contro, per le medesime imprese, non ha previsto stanziamenti di risorse per l’accesso al trattamento di integrazione salariale straordinaria. A conferma del ragionamento sistematico e giuridico sotteso alla disposizione in disamina (art. 41, co. 6, D.Lgs. n. 148/2015), si evidenzia che l’ambito soggettivo della misura (integrazione salariale straordinaria per le riduzioni orarie) è espressamente riferito alle imprese rientranti nel campo di applicazione della CIGS, tanto più che il trattamento di integrazione salariale straordinario può essere richiesto per un periodo in deroga al periodo massimo ordinariamente disposto (artt. 4 e 22, D.Lgs. n. 148/2015). Anche relativamente alle modalità e termini per la procedura di consultazione finalizzata alla sottoscrizione dell’accordo governativo, necessario per la stipula del contratto di espansione, è richiamato l’articolo 24 del D.Lgs. 148/2015, riferito alle imprese rientranti nel campo di applicazione CIGS.

Periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati

Anche i periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati, certificati attraverso i formulari di rito previsti dalle singole Convenzioni bilaterali, sono da ritenersi utili ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesto per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro.

Gli articoli 25, co. 2, e 35, co. 5, del decreto legislativo n. 151/2001 prevedono, in favore degli iscritti al FPLD e alle forme di previdenza sostitutive ed esclusive dell’assicurazione generale per l’IVS, l’accredito figurativo e il riscatto, rispettivamente, dei periodi corrispondenti al congedo di maternità e al congedo parentale, collocati temporalmente al di fuori del rapporto di lavoro, a condizione che il soggetto possa far valere, all’atto della domanda, almeno cinque anni di contribuzione versata in costanza di rapporto di lavoro.
Successivamente, l’art. 2, co. 504, della legge n. 244/2007 ha stabilito che la facoltà di accredito e riscatto dei periodi di maternità al di fuori del rapporto di lavoro spetta a coloro che alla data del 27.04.2001 risultino iscritti in servizio, cioè siano in condizione attiva e non siano titolari di trattamento pensionistico alla data di entrata in vigore del decreto.
A seguito dei regolamenti comunitari di sicurezza sociale, entrati in vigore il 1° maggio 2010, con la circolare n. 82/2010 è stato precisato che qualora la legislazione di uno Stato UE preveda il requisito di determinati periodi di assicurazione, di occupazione, di lavoro autonomo o di residenza per il diritto o la durata delle prestazioni, per l’iscrizione all’assicurazione (obbligatoria, volontaria o facoltativa continuata), per l’ammissione ad un beneficio previsto dalla legislazione nazionale, l’istituzione competente debba considerare gli analoghi periodi svolti sotto la legislazione di altri Stati membri, come se si trattasse di periodi compiuti secondo la legislazione che essa applica.
Quindi si deve procedere alla totalizzazione dei periodi esteri, oltre che per il raggiungimento dei requisiti contributivi previsti per il diritto alle prestazioni e per l’autorizzazione alla prosecuzione volontaria, anche in tutti i casi in cui un requisito contributivo sia previsto per l’attribuzione di un beneficio all’interessato.
Alla luce della rilevanza di tale principio, il Ministero del Lavoro ha ritenuto che il citato requisito di cinque anni possa essere perfezionato anche con la totalizzazione di periodi assicurativi fatti valere in Stati UE, SEE e Svizzera, orientamento che l’Inps ha recepito con la circolare n. 41/2011.
Tanto premesso, il Ministero del lavoro investito di ulteriori dubbi sul punto ha chiarito che: “premesso che negli accordi bilaterali di sicurezza sociale stipulati con Paesi extra UE è contenuta la regola della totalizzazione e tenuto conto della portata generale di tale principio – posto a cardine del sistema di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale dal Regolamento (CE) n.883/2004 – non si rilevano motivi ostativi a considerare anche i periodi di assicurazione maturati in Paesi extra UE convenzionati, ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesti per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro”. Pertanto, alla luce di quanto sopra, anche i periodi assicurativi maturati in Paesi extracomunitari convenzionati, certificati attraverso i formulari di rito previsti dalle singole Convenzioni bilaterali, sono da ritenersi utili ai fini del perfezionamento del requisito dei cinque anni richiesto per l’accredito della maternità al di fuori del rapporto di lavoro.
Analogamente a quanto previsto per gli Stati che applicano i regolamenti comunitari (cfr. circolare n.71/2012), l’accredito figurativo e il riscatto in argomento sono preclusi quando i periodi a cui si riferiscono risultino a vario titolo coperti negli ordinamenti pensionistici dei Paesi extracomunitari convenzionati.

Ripresa dei versamenti sospesi eventi sismici Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo

L’art. 8, co. 1, lett. b), D.L. n. 111/2019, con riferimento agli eventi sismici verificatisi nei territori delle Regioni Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo in data 24 agosto 2016, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017, ha disposto che la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi, precedentemente fissata al 15 ottobre 2019, sia in unica soluzione che mediante rateizzazione, è stata prorogata alla data del 15 gennaio 2020.

L’articolo 48, comma 13, del decreto-legge n. 189/2016, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 229/2016, ha disposto, nei Comuni colpiti dagli eventi sismici verificatisi in data 24 agosto 2016, 26 e 30 ottobre 2016 e 18 gennaio 2017, la sospensione dei termini relativi agli adempimenti ed ai versamenti dei contributi previdenziali ed assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria, in scadenza nel periodo decorrente dalla data del verificarsi dell’evento calamitoso fino al 30 settembre 2017. Il termine per la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi era stato fissato, da ultimo, a seguito dell’emanazione della legge n. 55/2019, di conversione del decreto-legge n. 32/2019, alla data del 15 ottobre 2019, in unica soluzione o, in alternativa, in un massimo di 120 rate mensili di pari importo, con il versamento dell’importo corrispondente al valore delle prime cinque rate entro il 15 ottobre 2019.
Tuttavia l’articolo 8, comma 1, lett. b), del decreto–legge n. 111/2019, con riferimento ai territori colpiti dagli eventi sismici in commento, ha disposto che gli adempimenti e i versamenti contributivi sospesi vengano effettuati in unica soluzione entro il 15 gennaio 2020, senza applicazione di sanzioni e interessi, ovvero mediante rateizzazione fino ad un massimo di 120 rate mensili di pari importo, con il versamento dell’importo della prima rata entro il 15 gennaio 2020. Pertanto, la ripresa degli adempimenti e dei versamenti sospesi, precedentemente fissata al 15 ottobre 2019, sia in unica soluzione che mediante rateizzazione, è stata prorogata alla data del 15 gennaio 2020 (cfr. Messaggio Inps n. 3721/2019).

Il riscatto “agevolato” dei corsi universitari di studi

In appresso si riportano le indicazioni amministrative per l’applicazione della recente disciplina normativa (art. 20, co. 6, D.L. n. 4/2019) che ha previsto un nuovo criterio di calcolo dell’onere di riscatto dei periodi di studio universitari da valutare nel sistema contributivo.

Come noto, a decorrere dal 30 marzo 2019, è consentita la facoltà di riscatto dei corsi universitari di studi, per periodi da valutare nel sistema contributivo, anche per effetto del versamento di un contributo, per ogni anno da riscattare, pari al minimale di reddito annuo per il versamento dei contributi previdenziali degli artigiani e degli esercenti attività commerciali (art. 1, co. 3, L. 2 agosto 1990, n. 233), moltiplicato per l’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche dell’assicurazione generale obbligatoria per i lavoratori dipendenti (FPLD), vigenti alla data di presentazione della domanda (art. 2, co. 5-quater, D.Lgs. n. 184/1997, inserito dall’art. 20, co. 6, D.L. n. 4/2019, conv. in L. n. 26/2019). L’importo retributivo di riferimento è rapportato al periodo oggetto di riscatto ed è attribuito temporalmente e proporzionalmente ai periodi medesimi. Il contributo è rivalutato secondo le regole del sistema contributivo, con riferimento alla data della domanda. Tale modalità di calcolo dell’onere è applicabile soltanto ai periodi del corso di studi che si collochino nel sistema contributivo della futura pensione (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). La facoltà è alternativa a quella che prevede il pagamento dell’onere rapportato alla retribuzione assoggettata a contribuzione nei 12 mesi meno remoti rispetto alla data della domanda di riscatto (art. 2, co. 5, D.Lgs. n. 184/1997). In ogni caso, non è ammesso che il riscatto determinato in base a una delle modalità, possa essere rideterminato in base alla modalità alternativa. In particolare, se il riscatto del corso di studi è già definito con l’integrale pagamento dell’onere dovuto, non si può chiedere la rideterminazione dell’onere in base ad una modalità alternativa, tuttavia se è iniziato il pagamento rateale, si può interrompere lo stesso, ottenere l’accredito del periodo corrispondente alla quota versata del capitale come già determinato e presentare, per il periodo del corso di studi residuo, una nuova domanda di riscatto il cui onere può essere determinato, a richiesta, con il criterio alternativo. Infine, se il riscatto non si è ancora perfezionato con l’accettazione dell’onere, è possibile ritirare la domanda e proporne una successiva, fermo restando che i criteri di calcolo dell’onere tengono conto della nuova data di presentazione della domanda (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). Non osta all’esercizio della facoltà la titolarità di contribuzione anteriore al 1° gennaio 1996. Nel caso in cui il corso di studi si collochi sia nel sistema retributivo che nel sistema contributivo della futura pensione, l’onere di riscatto viene quantificato utilizzando le seguenti due modalità:
a) per i periodi che si collochino nel sistema retributivo si utilizza il metodo della “riserva matematica” (art. 2, co. 4 D.Lgs. n. 184/1997);
b) per i periodi che si collochino nel sistema di calcolo contributivo, il soggetto può richiedere che l’onere sia quantificato in base a uno dei criteri alternativi (art. 2, commi 5 e 5-quater, D.Lgs. n. 184/1997).
Le domande di riscatto del corso universitario di studi devono essere presentate secondo le modalità già in uso. Ancorchè non sia previsto espressamente dalla normativa (art. 2, co. 5-ter, D.Lgs. n. 184/1997), i periodi così riscattati sono utili ai fini del raggiungimento del diritto a pensione (Inps, circolare 25 luglio 2019, n. 106). Per i soggetti “inoccupati” continuano ad applicarsi le ordinarie modalità di riscatto (art. 2, co. 5-bis, D.Lgs. n. 184/1997).

Indennizzo del danno biologico in forma capitale, nuovi importi e criteri dal 1° gennaio 2019

L’Inail, con circolare n. 27 dell’11 ottobre 2019, fornisce chiarimenti in merito all’applicazione della nuova Tabella di indennizzo del danno biologico in forma capitale, per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.

Come noto, il Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 45/2019, ha approvato, per il triennio 2019-2021, la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale che sostituisce quella in vigore ai sensi del D.M. 12 luglio 2000. La nuova tabella è stata elaborata secondo i principi fondamentali con cui sono state formulate le previgenti. L’indennizzo, perciò, prescinde dalla retribuzione dell’assicurato, in quanto la menomazione in sé produce lo stesso pregiudizio alla persona per tutti gli esseri umani. Altresì, l’indennizzo è crescente al crescere della gravità della menomazione in misura più che proporzionale, sia in termini assoluti che relativi; infatti, al crescere della percentuale di invalidità, aumenta il peso di ciascun punto percentuale aggiuntivo, in quanto va ad incidere su di un quadro clinico maggiormente compromesso. Infine, l’indennizzo è variabile in funzione dell’età, ovvero decresce al crescere dell’età (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.1). L’unica eccezione rispetto al passato riguarda la differenziazione di genere; la nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale, dunque, è unica sia per gli uomini che per le donne, mentre gli importi continuano a essere individuati per classi di età e per grado di menomazione dell’integrità psico-fisica compreso fra il 6% e il 15%. Gli importi indicati nella nuova tabella risultano, altresì, comprensivi della maggiorazione corrispondente ai due aumenti straordinari, fissati nella misura dell’8,68% dal 1° gennaio 2008 e nella misura del 7,57% dal 1° gennaio 2014 (aliquota complessiva 16,25%), da considerarsi ormai consolidati rispetto agli importi della tabella del 2000. In ogni caso, gli importi degli indennizzi del danno biologico in capitale, sono rivalutati annualmente, con decorrenza 1° luglio di ciascun anno di riferimento, sulla base della variazione dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati. La nuova tabella di indennizzo del danno biologico in capitale si applica per gli infortuni verificatisi e le malattie professionali denunciate dal 1° gennaio 2019.
Nei casi di unificazione dei postumi, ai fini della valutazione medico-legale, si fa riferimento a un’unica menomazione complessiva dove i singoli postumi degli eventi unificati perdono autonoma rilevanza e non possono essere più oggetto di valutazione separata. Ne consegue che, se il grado complessivo risultante dall’unificazione dei postumi è compreso tra il 6% e il 15%, si eroga il nuovo capitale che costituisce primo pagamento sull’evento unificato. Tenuto conto che la nuova tabella trova applicazione per gli eventi infortunistici verificatisi dal 1° gennaio 2019 e le malattie denunciate dalla predetta data, in caso di unificazione dei postumi ai fini della individuazione della tabella da applicare, si deve far riferimento alla data dell’ultimo evento lesivo occorso oggetto di unificazione. Pertanto, in caso di ultimo evento la cui data sia successiva al 1° gennaio 2019, può accadere che il maggior grado riconosciuto dia luogo per la prima volta ad un indennizzo in capitale o, viceversa, a un nuovo indennizzo in capitale, per essere stato già indennizzato il grado riconosciuto precedentemente alla unificazione. Nella prima ipotesi, si eroga l’importo del valore capitale applicando la nuova tabella al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento dell’insorgenza del diritto, cioè la data evento del nuovo infortunio o la data di ricezione della denuncia di malattia professionale. Nella seconda ipotesi, cioè nella fattispecie di nuovo indennizzo in capitale con precedente indennizzo riconosciuto su eventi pregressi, si utilizza sempre l’importo del valore capitale previsto dalla nuova tabella, in base al nuovo grado e all’età dell’assicurato al momento della data evento. In tale fattispecie, quest’ultimo importo va però decurtato di quanto già corrisposto, ricalcolato con riferimento all’età dell’assicurato e nella misura indicata nella nuova tabella.
Le richieste di aggravamento presentate dall’assicurato a far data dal 1° gennaio 2019, ai fini del riconoscimento o dell’adeguamento dell’indennizzo del danno biologico in capitale e che comportano, indipendentemente dalla data dell’evento lesivo, un aumento del grado di menomazione precedentemente indennizzato in capitale, ovvero, un primo indennizzo del danno biologico in capitale, si liquidano sul valore capitale previsto dalla nuova tabella. Per le modalità di calcolo dell’indennizzo del danno biologico in capitale, si deve fare riferimento all’età dell’assicurato e alla tabella indennizzo del danno biologico in capitale vigente al momento delle richieste di adeguamento (Inail, circolare 4 agosto 2000, n. 57, punto 3.2.6.1). In sostanza, si determina innanzitutto il capitale corrispondente al grado della menomazione accertato e, in esito alla domanda di aggravamento, si prende a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo del danno biologico vigente al momento medesimo. Dall’importo così determinato si sottrae il capitale corrispondente al grado di menomazione precedentemente indennizzato, ricalcolato prendendo a riferimento l’età dell’assicurato al momento della richiesta e la tabella indennizzo in danno biologico vigente al momento medesimo. Peraltro, ove detto capitale, per effetto di rivalutazioni della tabella indennizzo in danno biologico, nel frattempo intervenute, risultasse superiore a quello a suo tempo effettivamente corrisposto, si detrae l’importo effettivamente corrisposto. Con riferimento alle situazioni in cui la rendita cessa a seguito di recupero dell’integrità psico-fisica, con decorrenza dal 1° gennaio 2019, nei limiti del 16% e con grado accertato pari o superiore al 6%, l’indennizzo del danno biologico in capitale è liquidato nella misura indicata nella nuova tabella secondo i citati criteri (Inail, circolare n. 4 agosto 2000, n. 57).

Imprese a capitale misto e svolgimento di un pubblico servizio, dovuta la contribuzione CIG

In tema di contribuzione previdenziale, le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, restando irrilevante la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico (Corte di Cassazione, ordinanza 09 ottobre 2019, n. 25364)

Una Corte di appello territoriale, confermando la sentenza del Tribunale di prime cure, aveva rigettato l’opposizione proposta da una società esercente pubblico servizio, avverso la cartella esattoriale con la quale le era stato ingiunto il pagamento in favore dell’Inps di contributi per Cigo, Cigs e mobilità, oltre a sanzioni e interessi.
Avverso la decisione, la medesima società ricorre così in Cassazione, lamentando che in ragione del peculiare oggetto sociale, ovvero la gestione di un pubblico servizio, della presenza di capitale pubblico, della “assoluta dominanza” dell’ente pubblico, dell’assoggettamento al regime di concessione pubblica, non si prestava ad essere inquadrata, come invece avvenuto nella decisione impugnata, nell’ambito della normale società per azioni di diritto comune. In altri termini, rilevato che, per la gestione di servizi, reti, impianti e beni, gli enti locali sono tenuti ad avvalersi di soggetti allo scopo costituiti nella forma di società di capitali con la partecipazione maggioritaria dei predetti enti, anche associati (art. 34, L. n. 448/2001), ciò avrebbe implicato che la società ricorrente dovesse essere annoverata nell’ambito delle “imprese industriali degli enti pubblici, anche se municipalizzate”, con esonero dall’applicazione delle norme sull’integrazione dei guadagni degli operai dell’industria (art. 3, D.Lgs.C.P.S. n. 869 del 1947).
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Secondo il consolidato orientamento di legittimità (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza n. 14847/2009), in tema di contribuzione previdenziale, le società a capitale misto, ed in particolare le società per azioni a prevalente capitale pubblico, aventi ad oggetto l’esercizio di attività industriali, sono tenute al pagamento dei contributi previdenziali previsti per la cassa integrazione guadagni e la mobilità, non potendo trovare applicazione l’esenzione stabilita per le imprese industriali degli enti pubblici. Si tratta, infatti, di società di natura essenzialmente privata, finalizzate all’erogazione di servizi al pubblico in regime di concorrenza, nelle quali l’amministrazione pubblica esercita il controllo esclusivamente attraverso gli strumenti di diritto privato, e restando irrilevante, in mancanza di una disciplina derogatoria rispetto a quella propria dello schema societario, la mera partecipazione, pur maggioritaria, ma non totalitaria, da parte dell’ente pubblico. La forma societaria di diritto privato è per l’ente locale la modalità di gestione degli impianti, consentita dalla legge e prescelta dall’ente stesso per la duttilità dello strumento giuridico, in cui il perseguimento dell’obiettivo pubblico è caratterizzato dall’accettazione delle regole del diritto privato. Altresì, la finalità perseguita dal Legislatore nazionale e comunitario nella promozione di strumenti non autoritativi per la gestione dei servizi pubblici locali è specificamente quella di non ledere le dinamiche della concorrenza, assumendo rilevanza determinante, in ordine all’obbligo contributivo, il passaggio del personale addetto alla gestione del servizio dal regime pubblicistico a quello privatistico.

Aliquota contributiva ex CUAF per i lavoratori iscritti al Fondo speciale ex Ipost

09 ottobre 2019 A seguito dell’analisi condotta sull’assetto delle coperture assicurative in materia di assegni familiari per i lavoratori iscritti al Fondo speciale ex Ipost, l’inps fornisce chiarimenti ed istruzioni in materia.

Tenuto conto dell’evoluzione del quadro delle tutele obbligatorie relative all’assicurazione della ex Cassa unica assegni familiari di detti lavoratori iscritti alla Gestione ex Ipost, e al fine di favorire l’adozione di comportamenti uniformi sul territorio nazionale, verrà operata la revoca del codice di autorizzazione “1C” (avente il significato di “esonero dal versamento del contributo CUAF”) ancora eventualmente presente nelle posizioni aziendali interessate.
Ai fini della determinazione della misura del contributo per il finanziamento dell’assegno per il nucleo familiare (CUAF), si ricorda che per la generalità dei datori di lavoro, secondo quanto previsto dall’articolo 25 della legge n. 845/1978, l’aliquota CUAF si attesta nella misura del 6,20%. Tuttavia, con il DM 21 febbraio 1996, in attuazione della legge n. 335/1995, il Ministero del Lavoro ha disposto l’elevazione dell’aliquota contributiva di finanziamento dovuta a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti al 32%, con contestuale riduzione delle aliquote contributive di finanziamento per le prestazioni temporanee a carico della Gestione di cui all’articolo 24 della legge n. 88/1989. Conseguentemente, per i datori di lavoro che hanno alle dipendenze lavoratori iscritti al Fondo pensioni lavoratori dipendenti, il contributo ex CUAF è stato variato nella misura del 2,48%.
Per i soggetti iscritti ai Fondi esclusivi dell’assicurazione generale obbligatoria, la misura del contributo ex CUAF non è stata interessata dalla riduzione disposta dal citato DM.
Peraltro, si osserva come per i dipendenti iscritti al Fondo ex IPOST non siano intervenute analoghe disposizioni a quelle citate, che abbiano incrementato l’aliquota IVS ed adeguato l’aliquota ex CUAF, come invece è avvenuto in relazione ad altre forme di previdenza sostitutive e/o esclusive.
Ciò premesso, ai fini della quantificazione della misura della contribuzione in esame, assumono rilievo altresì le disposizioni di cui all’articolo 120 della legge n. 388/2000 e all’articolo 1, commi 361 e 362, della legge n. 266/2005 (legge finanziaria 2006). Pertanto, per i lavoratori iscritti al Fondo ex IPOST, il contributo di finanziamento dell’assicurazione relativa agli assegni per il nucleo familiare si attesta nella misura del 4,40% (6,20% – 1,80%).
Considerato che l’obbligo di versamento del predetto contributo sussiste anche per i periodi pregressi non prescritti, le aziende interessate dovranno versare la contribuzione in argomento (avendo a riferimento la suddetta aliquota pari al 4,40%), per le mensilità da 09.2014 a 09.2019, valorizzando – all’interno di <DenunciaAziendale> <AltrePartiteADebito> – l’elemento <AltreADebito> ed indicando in <CausaleADebito> il codice di nuova istituzione “M222”, che assume il significato di “Arretrati Contributo CUAF aziende con personale iscritto alla gestione ex Ipost”, in <Retribuzione> l’importo dell’imponibile, calcolato sulla retribuzione imponibile ai fini previdenziali di tutti i lavoratori dipendenti, e in <SommaADebito> l’importo del contributo, pari al 5,80% dell’imponibile (6,20% – 0,40%), atteso che le aziende hanno usufruito delle riduzioni contributive previste all’articolo 120 della legge n. 388/2000 e all’articolo 1, commi 361 e 362, della legge n. 266/2005.
Le aziende che abbiano comunque versato il contributo CUAF (matricole senza C.A. “1C”), provvederanno al versamento della differenza contributiva, utilizzando le stesse modalità sopra indicate. In tal caso, la parte del contributo CUAF ancora dovuto è pari al 3,72% dell’imponibile, atteso che parte della contribuzione è già stato versato nella ridotta misura dello 0,68%. Il versamento del contributo va effettuato, senza aggravio di oneri accessori, entro il giorno 16 del terzo mese successivo a quello di pubblicazione messaggio in commento (Messaggio n. 3635/2019).

Aspettativa e distacco sindacale, le indicazioni Inps per il versamento del contributo aggiuntivo

L’Inps, con circolare n. 129 del 04 ottobre 2019, fornisce chiarimenti in merito al versamento della contribuzione aggiuntiva per i lavoratori collocati in aspettativa sindacale ovvero in distacco sindacale con diritto alla retribuzione a carico del datore di lavoro.

I lavoratori chiamati a ricoprire cariche sindacali provinciali e nazionali possono, a richiesta, essere collocati in aspettativa non retribuita, per tutta la durata del loro mandato (art. 31, commi 1 e 2, L. n. 300/1970), con accredito della contribuzione figurativa. Le cariche sindacali sono quelle previste dalle norme statutarie e formalmente attribuite per lo svolgimento di funzioni rappresentative e dirigenziali a livello nazionale, regionale e provinciale o di comprensorio, anche in qualità di componenti di organi collegiali dell’organizzazione sindacale. Ai fini dell’accreditamento della contribuzione figurativa, i provvedimenti di collocamento in aspettativa non retribuita sono efficaci se assunti con atto scritto e dopo che sia decorso il periodo di prova previsto dai contratti collettivi e, comunque, un periodo non inferiore a sei mesi. La domanda di accredito figurativo deve essere presentata presso la gestione previdenziale interessata entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello nel corso del quale ha avuto inizio o si sia protratta l’aspettativa, a pena di decadenza (art. 3, commi 1, 2 e 3, del D.Lgs n. 564/1996). Scaduto il termine perentorio, tali periodi non possono più essere oggetto della relativa copertura figurativa, ma possono essere oggetto di riscatto (art. 5, co. 1, D.Lgs n. 564/1996) se riferiti a periodi successivi al 31 dicembre 1996 e nella misura massima di tre anni. La predetta contribuzione figurativa è commisurata alla retribuzione stabilita tempo per tempo dal relativo contratto collettivo di lavoro in relazione alla qualifica professionale posseduta dal lavoratore all’atto del collocamento in aspettativa, nonché agli incrementi retributivi legati alla mera maturazione dell’anzianità di servizio, restando esclusi gli emolumenti collegati alla effettiva prestazione lavorativa o subordinati al conseguimento di prefissati risultati.
Ciò premesso, in favore dei lavoratori così collocati in aspettativa, l’organizzazione sindacale può versare, previa richiesta di autorizzazione al fondo o regime pensionistico di appartenenza del medesimo, una contribuzione aggiuntiva sull’eventuale differenza tra le somme corrisposte per lo svolgimento dell’attività sindacale e la retribuzione di riferimento per il calcolo del contributo figurativo. Il contributo aggiuntivo va versato entro lo stesso termine previsto per la domanda di accredito figurativo (30 settembre dell’anno successivo) ed è pari all’aliquota di finanziamento del regime pensionistico a cui il lavoratore è iscritto (art. 3, co. 5, del D.Lgs. n. 564/1996). Il versamento del contributo aggiuntivo può essere effettuato anche a favore dei lavoratori collocati in distacco sindacale con diritto alla retribuzione erogata dal proprio datore di lavoro (art. 3, co. 6, del D.Lgs. n. 564/1996). In tal caso, la misura della contribuzione aggiuntiva è riferita agli eventuali emolumenti ed indennità erogate dall’organizzazione sindacale. In entrambe le fattispecie (aspettativa e distacco sindacale), la contribuzione aggiuntiva deve coesistere con una contribuzione principale, sia essa figurativa (aspettativa sindacale) o effettiva (distacco sindacale) e non dà luogo ad un aumento di anzianità, ma solo ad un incremento della retribuzione pensionabile.
Dunque, la posizione soggettiva del lavoratore in aspettativa sindacale, in ordine alla copertura assicurativa dei periodi in cui è chiamato a ricoprire le cariche sindacali, è tutelata a seguito del perfezionamento di due elementi costitutivi:
a) il provvedimento, rilasciato dall’Inps, di riconoscimento dell’accredito della contribuzione figurativa, adottato a seguito della relativa istanza che il lavoratore interessato;
b) l’autorizzazione in favore dell’organizzazione sindacale, rilasciata dall’Inps a seguito di domanda, al versamento della contribuzione aggiuntiva.
Nel caso di lavoratore in distacco sindacale, invece, la contribuzione aggiuntiva può essere versata da parte dell’organizzazione al perfezionamento dei seguenti presupposti:
a) il provvedimento del datore di lavoro di collocamento in distacco;
b) l’autorizzazione in favore dell’organizzazione sindacale, rilasciata dall’Istituto a seguito di domanda, al versamento della contribuzione aggiuntiva.
Le organizzazioni sindacali devono inoltrare annualmente la richiesta di autorizzazione per ogni lavoratore per il quale si intenda versare contribuzione aggiuntiva, indipendentemente dalla gestione previdenziale (Gestione pubblica, Fondo pensioni lavoratori dipendenti, Fondi speciali) alla quale risulta iscritto il lavoratore interessato. A tal fine, devono allegare alla richiesta la seguente documentazione:
– il regolamento vigente adottato dall’organizzazione sindacale;
– l’atto ufficiale di attribuzione dell’incarico sindacale (provvedimento ovvero verbale di approvazione), con indicazione della durata e dell’importo degli emolumenti e delle indennità corrisposti dal sindacato, con specificazione della relativa carica, nonché delle norme statutarie di riferimento;
– l’eventuale delibera sindacale nella quale è indicato il minor importo degli emolumenti e delle indennità corrisposti dal sindacato rispetto a quello fissato nell’atto ufficiale di attribuzione dell’incarico citato, qualora nel Regolamento sia prevista detta possibilità, ovvero di corrispondere un importo inferiore rispetto a quello indicato dallo stesso Regolamento per lo svolgimento dell’incarico sindacale;
– la certificazione unica;
– per i dipendenti pubblici, la certificazione attestante la retribuzione virtuale presa a base per il calcolo dell’imponibile contributivo, nei casi di aspettativa non retribuita.
Conseguita la predetta autorizzazione, il versamento della contribuzione aggiuntiva va effettuato entro e non oltre il 30 settembre dell’anno civile successivo a quello in cui ha avuto corso o si è protratta l’aspettativa o il distacco sindacale. Eventuali versamenti effettuati oltre il suddetto termine non vengono valorizzati e sono rimborsati all’organizzazione sindacale. Oltre il suddetto termine non è consentita alcuna forma di pagamento, neppure in via dilazionata. Tuttavia, qualora il provvedimento autorizzatorio venga notificato all’organizzazione sindacale successivamente al prescritto 30 settembre, il versamento della contribuzione aggiuntiva deve essere effettuato entro il successivo termine di 30 giorni dall’avvenuta notifica.

Istruttori sportivi di ASD e concetto di “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche”

In un’ottica premiale della funzione sociale connessa all’attività sportiva dilettantistica, quale fattore di crescita sul piano relazionale e culturale, l’articolo 35, comma 5, del D.L. n. 207/2008, avente portata interpretativa, ha inteso definitivamente chiarire che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione ed assistenza ad attività sportiva dilettantistica si considerano redditi diversi e dunque beneficiano dell’esenzione fiscale e contributiva, non essendo invece sostenibile limitare tale “favor” alle sole prestazioni rese in funzione di una partecipazione a gare e/o a manifestazioni sportive (Corte di Cassazione, ordinanza 30 settembre 2019, n. 24365).

Una Corte di appello territoriale, in accoglimento del gravame proposto dall’Inps ed in riforma della pronuncia di primo grado, aveva respinto l’opposizione alla cartella esattoriale da parte di una Associazione sportiva dilettantistica, contenente importi a titolo di contribuzione previdenziale asseritamente dovuta in relazione ai compensi erogati agli istruttori di corsi di acquaticità per bambini, corsi finalizzati al benessere della persona, corsi di rieducazione rivolti a soggetti con difficoltà motorie, corsi di nuoto per gestanti. Secondo la Corte, seppur pacifico che l’Associazione fosse iscritta al Registro nazionale associazioni e società sportive dilettantistiche tenuto dal CONI e svolgesse attività di gestione della piscina comunale, nel periodo antecedente l’entrata in vigore dell’articolo 35, comma 5, del D.L. n. 207/2008, la sfera dei beneficiari dell’esenzioni fiscale e contributiva era limitata ai soggetti che percepivano compensi erogati per attività collegate ad una gara o ad una manifestazione sportiva.
Avverso tale sentenza ricorre così in Cassazione l’Associazione, per non aver la Corte territoriale considerato la più ampia accezione di attività sportiva dilettantistica definitivamente riconosciuta dal Legislatore il quale, con l’articolo 35 del D.L. n. 207/2008, ha fornito, diversamente da quanto sostenuto nella decisione impugnata, un’interpretazione autentica del disposto della lettera m) dell’articolo 67 del D.P.R. n. 917/1986, includendovi le “attività di formazione, didattica, preparazione, assistenza” dell’attività sportiva dilettantistica.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Il citato articolo 67, alla lettera m), stabilisce che sono redditi diversi, se non costituiscono redditi di capitale ovvero se non sono conseguiti nell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali o da società in nome collettivo e in accomandita semplice, né in relazione alla qualità di lavoratore dipendente:
– le indennità di trasferta, i rimborsi forfetari di spesa, i premi e i compensi erogati ai direttori artistici ed ai collaboratori tecnici per prestazioni di natura non professionale da parte di cori, bande musicali e filodrammatiche che perseguono finalità dilettantistiche, e quelli erogati nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle Federazioni sportive nazionali, dall’UNIRE, dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che da essi sia riconosciuto.
Tale disposizione si applica anche ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società e associazioni sportive dilettantistiche.
Successivamente, l’articolo 35, comma 5, ha chiarito che il concetto di “esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche” ricomprende anche la formazione, la didattica, la preparazione e l’assistenza all’attività sportiva dilettantistica.
Orbene, nella fattispecie, assume decisivo rilievo stabilire la portata, interpretativa o innovativa, del citato articolo. In generale, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, il Legislatore può adottare norme che specifichino il significato di altre disposizioni di legge non soltanto in presenza di incertezze sull’applicazione di una disposizione o di contrasti giurisprudenziali irrisolti, ma anche “quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore” (Corte Costituzionale, sentenza n. 525/2000). Con riferimento alla fattispecie in oggetto, in un’ottica premiale della funzione sociale connessa all’attività sportiva dilettantistica, quale fattore di crescita sul piano relazionale e culturale, il Legislatore ha inteso definitivamente chiarire che anche i compensi per le attività di formazione, istruzione ed assistenza ad attività sportiva dilettantistica beneficiano dell’esenzione fiscale e contributiva, senza voler limitare, come in precedenza in alcuni ambiti sostenuto, tale “favor” alle sole prestazioni rese in funzione di una partecipazione a gare e/o a manifestazioni sportive. Peraltro, tale ricostruzione è sostenuta anche in sede amministrativa (Enpals, circolare n. 18/2009, Agenzia delle entrate, risoluzione n. 38/E/2010; Ministero del lavoro e delle politiche sociali, circolare n. 37/2014).

Iscrizione Gestione commercianti, la valutazione dell’attività prescinde dall’oggetto sociale dichiarato

Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione commercianti è lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), non rilevando, di per sé, il contenuto dell’oggetto sociale e non sussistendo una presunzione per cui lo svolgimento di un’attività imprenditoriale derivi dalla forma societaria assunta, diversa dalla società semplice (Corte di Cassazione, ordinanza 27 settembre 2019, n. 24153)

Una Corte d’appello territoriale aveva accolto il gravame proposto da un lavoratore avverso la sentenza del Tribunale di prime cure e dichiarato insussistente l’obbligo d’iscrizione del medesimo nella Gestione commercianti Inps, in relazione alla qualità di socio accomandatario di SAS. In particolare, la Corte territoriale aveva osservato come non fosse sussistente obbligo di iscrizione alla citata Gestione previdenziale per effetto dell’esercizio dell’attività di mera gestione della redditività di immobili (riscossione dei canoni di locazione di un fondo di proprietà), in quanto l’Inps non aveva dimostrato lo svolgimento di attività imprenditoriali ulteriori ma aveva solo richiamato l’oggetto sociale dichiarato.
Avverso la predetta sentenza, l’Inps propone così ricorso in Cassazione, lamentando che la Corte di merito non avesse correttamente valutato la circostanza per cui il lavoratore era l’unico socio accomandatario della SAS e non svolgeva altra attività lavorativa, che l’oggetto sociale era relativo “all’acquisto e vendita di terreni, di impianti, nonché di immobili in genere”, che l’attività della gestione della società non era delegata agli altri soci accomandanti. Per l’Inps, inoltre, la Corte di appello avrebbe errato nel non considerare la sussistenza di una presunzione normativa circa lo svolgimento di un’attività imprenditoriale da parte delle società non costituite nella forma di quella semplice.
Per la Suprema Corte il ricorso è infondato. Secondo orientamento costante (ex multis, Corte di Cassazione, n. 12981/2018), l’attività di riscossione di canoni di locazione, non finalizzata alla prestazione di servizi in favore di terzi né ad atti di compravendita o di costruzione, non esorbita dalla semplice gestione degli immobili concessi in locazione e, pertanto, non configura esercizio di attività commerciale ai fini dell’iscrizione nella Gestione commercianti. Presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla Gestione in parola è lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale (art. 1, co. 203, L. n. 662/1996), non rilevando, di per sé, il contenuto dell’oggetto sociale. Oltretutto, nella fattispecie, il giudizio di causa reso in ordine allo svolgimento di mera attività di gestione della “redditività” di immobili, è un giudizio di fatto, riservato al giudice di merito, che la Corte di appello ha condotto in corretta applicazione delle regole processuali di distribuzione del carico allegatorio e probatorio, non avendo fondamento legale la presunzione legale dedotta dall’Inps nel caso di svolgimento di un’attività imprenditoriale da parte delle società non costituite nella forma di quella semplice.