Indennità COVID-19: gestione delle domande respinte e dei riesami

Completata la prima fase di gestione delle domande in materia di indennità di sostegno al reddito, introdotte dal DL n. 18/2020, per il mese di marzo, in favore di alcune categorie di lavoratori autonomi, liberi professionisti, collaboratori coordinati e continuativi e lavoratori subordinati e pubblicate le motivazioni delle istanze respinte per non avere superato i controlli relativi all’accertamento dei requisiti previsti. Con messaggio n. 2263/2020, l’Inps chiarisce che è possibile proporre un’istanza di riesame entro 20 giorni dalla pubblicazione del messaggio (ovvero dalla conoscenza della reiezione, se successiva) per consentire l’eventuale supplemento di istruttoria, inviando la documentazione richiesta attraverso la sezione “Esiti”, all’interno della procedura “Indennità 600 euro” o tramite la casella di posta istituzionale dedicata, istituita per ogni struttura territoriale INPS.

Alla luce della situazione di emergenza sociale, l’Istituto ha proceduto con tempestività alla verifica dei requisiti e alla erogazione delle indennità per le posizioni che hanno superato tutti i controlli automatizzati. I beneficiari sono stati avvisati dell’esito della domanda accolta e del pagamento della prestazione tramite SMS.

Domande respinte
Con riferimento agli esiti di reiezione delle domande non accolte, le motivazioni della mancata erogazione dell’indennità stessa sono state notificate tramite messaggio informatico. In ogni caso, gli esiti di tutte le domande e, per quelli negativi, le relative motivazioni, sono consultabili nella sezione del sito INPS denominata Servizio “Indennità 600 euro” (la stessa in cui è stata presentata la domanda) alla voce “Esiti”, sia da parte del Patronato con proprie credenziali sia da parte del cittadino dotato di PIN.
Non essendo ammesso il ricorso amministrativo, l’eventuale contestazione può essere svolta attraverso ricorso di natura giudiziaria. Ovviamente, la Struttura territoriale INPS competente può sempre effettuare in autotutela un riesame amministrativo, nel caso si renda evidente un errore/disallineamento nelle banche dati stesse.
I motivi di reiezione per i quali non è possibile erogare l’indennità prevista dalla norma possono essere i seguenti:
– titolarità di un trattamento pensionistico diretto al mese di marzo 2020;
– percezione del Reddito/Pensione di Cittadinanza nel mese di marzo 2020;
– titolarità di un rapporto di lavoro dipendente, ove non consentito;
– assenza dell’iscrizione alle gestioni Autonome, ove richiesta (art. 28);
assenza dei requisiti contributivi e reddituali previsti per i lavoratori dello spettacolo (art. 38);
– assenza del requisito della qualifica di stagionale e/o dell’appartenenza ai settori del turismo e degli stabilimenti termali (art. 29);
– assenza del requisito di cessazione involontaria per lavoratore stagionale del turismo e degli stabilimenti termali (art. 29);
– assenza del requisito delle 50 giornate di attività di lavoro nell’anno 2019 per gli operari agricoli a tempo determinato (art. 30).
In sede di definizione dell’istanza può essere rilevata la mancanza di uno o più requisiti, ognuno dei quali comunque sufficiente a determinare da solo la reiezione dell’istanza.
Per alcune delle istanze per le quali sono presenti dati previdenziali alimentati sia dalle gestioni INPS che da Enti esterni (come, ad esempio, le Casse previdenziali private) è possibile che, al momento del controllo, il dato rilevato non sia consolidato, in ragione di attività amministrative o aggiornamenti dati ancora in corso. In questi casi, sono stati inviati esiti provvisori di respinta, definiti “preavviso di reiezione”, con cui il cittadino viene informato che la sua domanda non è accoglibile, consentendogli comunque di portare all’attenzione dell’Istituto elementi conoscitivi che possano determinare un supplemento di istruttoria per l’eventuale accoglimento della domanda stessa.

Riesame amministrativo
Al lavoratore e al Patronato è consentito proporre un’istanza di riesame,
che permetta all’INPS di verificare le risultanze dei controlli automatici ed il rispetto dei requisiti di appartenenza a ciascuna categoria.
E’ dunque previsto un termine di 20 giorni dal momento della pubblicazione del messaggio in commento (ovvero dalla conoscenza della reiezione se successiva) per consentire l’eventuale supplemento di istruttoria, trascorso il quale, qualora l’interessato non abbia prodotto nulla, la domanda deve intendersi definitivamente respinta, fermo restando quanto di seguito indicato per i lavoratori agricoli.
La documentazione richiesta può essere inviata attraverso il link “Esiti”, nella stessa sezione del sito INPS in cui è stata presentata la domanda “Indennità 600 euro”, grazie ad apposita funzionalità. Altra modalità di invio della documentazione alla Struttura territoriale di competenza è la casella di posta istituzionale dedicata, denominata: riesamebonus600.nomesede@inps.it, istituita per ogni Struttura territoriale INPS.

Per gli operai agricoli destinatari della indennità di cui all’articolo 30, nel caso di mancato accoglimento dell’istanza è stato inviato un preavviso di reiezione per consentire all’interessato di segnalare le informazioni per il riesame dell’istanza. In particolare, considerato che il mancato raggiungimento del requisito potrebbe essere stato determinato dal mancato invio nei termini legali di scadenza delle denunce di manodopera relative all’anno 2019 da parte del datore di lavoro, è stato consentito al potenziale beneficiario di segnalare, tra l’altro, l’avvenuto invio nel mese di aprile da parte del datore di lavoro di denunce di manodopera tardivecontenenti giornate di lavoro a lui riferite. Al riguardo, dato che l’invio delle denunce di manodopera con i flussi DMAG è consentito soltanto in determinati periodi temporali, ai fini del supplemento di istruttoria, sono prese in considerazione le denunce inviate nel mese di aprile, primo periodo utile stabilito dal legislatore per l’invio dei flussi, successivo a quello di invio del quarto trimestre 2019 (gennaio 2020).
L’Inps evidenzia, inoltre, che l’invio da parte del datore di lavoro di una denuncia tardiva 2019, entro il mese di aprile 2020, non è, tuttavia, una condizione sufficiente per accogliere la richiesta di riesame dell’istanza. Ciò in quanto per gli operai agricoli le giornate trasmesse con i DMAG tardivi devono essere inserite, previa apposita istruttoria da parte della Struttura competente alla gestione contributiva, negli elenchi nominativi di variazione. Considerato che la verifica dei dati contenuti nei DMAG tardivi può richiedere un’istruttoria rafforzata, che può richiedere tempi anche molto lunghi, ai fini del supplemento di istruttoria di cui trattasi sono considerate le sole giornate dell’anno 2019 risultanti nel primo elenco di variazione 2020 pubblicato dal 1° giugno 2020.

Indirizzi amministrativi sui riesami
Al fine di omogeneizzare le informazioni e le indicazioni operative che le Strutture territoriali devono seguire nello svolgimento dei riesami, si riassumono di seguito alcune istruzioni, suddivise per tipologia di indennità e beneficiari della stessa:

– Art. 27. In merito all’indennità riconosciuta a professionisti e lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, ai Liberi professionisti è richiesto il possesso di Partita Iva attiva al 23 febbraio 2020 e l’iscrizione alla Gestione Separata INPS.
La mancata individuazione della Partiva iva attiva alla data del 23 febbraio 2020 potrebbe essere imputabile alla circostanza che il professionista, quale componente di uno studio associato, ne abbia omesso l’indicazione al momento dell’iscrizione alla Gestione separata. Pertanto, ai fini del riesame della domanda respinta, il professionista dovrà necessariamente indicare gli estremi della partita iva attiva alla predetta data.
Nel caso in cui la reiezione sia imputabile alla mancata iscrizione del professionista alla Gestione separata, si evidenzia che l’art. 2, comma 27, della legge n. 335/95 prevede che i soggetti obbligati al versamento della contribuzione alla Gestione separata debbano comunicare i propri dati e l’inizio dell’attività professionale (tale adempimento dal 2009 viene effettuato in via telematica). L’iscrizione alla Gestione separata rappresenta un obbligo del professionista e deve essere entro 30 giorni dall’apertura della prima partita Iva. I dati sono memorizzati negli archivi dell’Inps e vengono aggiornati periodicamente con le successive variazioni, comprese eventuali cessazioni della Partita Iva e nuove aperture. Ciò premesso, nel caso in cui al professionista sia stata rigettata la richiesta per “assenza iscrizione”, è necessario verificare la presenza di una partita Iva attiva alla data del 23 febbraio 2020 presso Agenzia delle entrate.
– Art. 28. La norma prevede che l’erogazione dell’indennità di cui all’articolo 28 avvenga a condizione che i lavoratori autonomi siano iscritti alle gestioni speciali autonome dell’AGO. Il predetto requisito deve essere presente per l’intero mese, non rilevando una data di inizio attività in corso del mese, né comunicazioni non tempestive o successive alla data di entrata in vigore del decreto-legge n. 18/2020.
– Art. 29. Per quanto concerne l’indennità lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali, essa è rivolta ai lavoratori dipendenti con qualifica di stagionali dei settori produttivi del turismo e degli stabilimenti termali e che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2019 e il 17 marzo 2020 e che non siano titolari di trattamento pensionistico diretto e che alla data del 17 marzo 2020 non abbiano in essere alcun rapporto di lavoro dipendente. Per i codici CSC associabili alle attività inerenti ai settori produttivi del turismo e degli stabilimenti termali (Circolare Inps n. 49/2020) si rimanda alla circolare n. 49/2020.
– Art. 30. Per gli operai agricoli l’accoglimento dell’istanza è determinato dalla presenza di almeno 50 giornate di attività nell’anno 2019. Per l’accoglimento dell’istanza è stato considerato il numero di giornate indicato negli elenchi nominativi annuali dell’anno 2019, pubblicati nel sito dell’Istituto con valore di notifica dal 31 marzo al 15 aprile 2020, ovvero il numero di giornate indicato negli elenchi di variazione 2020, pubblicati con valore di notifica dal 1° giugno al 16 giugno 2020.
– Art. 38. L’indennità lavoratori dello spettacolo è rivolta ai lavoratori iscritti al Fondo pensioni Lavoratori dello spettacolo, con almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 al medesimo Fondo, cui deriva un reddito non superiore a 50.000 euro, e non titolari di pensione, e che alla data del 17 marzo 2020 non siano titolari di alcun rapporto di lavoro dipendente.
Ai fini della verifica del requisito della presenza versati al fondo dei lavoratori dello spettacolo è stato considerato, con riferimento al periodo tra 01/01/2019 e il 31/12/2019, l’effettivo accredito di almeno 30 giornate sulla posizione assicurativa del richiedente relativa al FPLS, come alimentata dalle denunce Uniemens. Pertanto, pur in presenza di un’attività lavorativa, la mancanza delle denunce contributive ovvero un numero di giornate denunciate inferiore a 30 (anche per ragioni riferibili a una legittima sussistenza di esenzione contributiva) impedisce il riconoscimento del bonus. La sussistenza di contribuzione in un diverso fondo (es. fondo pensioni lavoratori dipendenti, fondo pensioni sportivi professionisti, etc.) è ininfluente ai fini del riconoscimento dell’indennità.

Rinuncia e Variazione IBAN
Attraverso la funzione visualizza esiti, secondo il percorso sopra descritto, è possibile anche variare l’IBAN ovvero rinunciare al pagamento del bonus. La rinuncia è intesa come rinuncia definitiva al beneficio e la relativa domanda viene annullata.

Emersione di rapporti di lavoro irregolari: presentazione delle istanze

Le istanze di emersione di rapporti di lavoro possono essere presentate, esclusivamente in modalità telematica, tramite il servizio dedicato presente all’interno del portale dell’Inps, dal 1° giugno al 15 luglio 2020.

Le domande possono essere presentate solo dai datori di lavoro la cui attività rientra nei seguenti settori produttivi: agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura e attività connesse; assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o disabilità che ne limitino l’autosufficienza; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Il rapporto di lavoro subordinato irregolare oggetto dell’istanza deve avere avuto inizio in data antecedente al 19 maggio 2020 (data di pubblicazione del D.L. n. 34/2020) e deve risultare ancora in essere alla data di presentazione dell’istanza.
La durata del rapporto di lavoro in essere tra le parti deve essere indicata nella domanda inoltrata dal datore di lavoro.
L’ammissione alla procedura di emersione è condizionata all’attestazione del possesso, da parte del datore, persona fisica, ente o società, di un reddito imponibile o di un fatturato risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi o dal bilancio di esercizio precedente non inferiore a 30.000,00 euro annui.
Per la dichiarazione di emersione di un lavoratore addetto al lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare o all’assistenza alla persona per se stessi o per componenti della propria famiglia, ancorché non conviventi, affetti da patologie o disabilità che ne limitino l’autosufficienza, il reddito imponibile del datore di lavoro non può essere inferiore: a 20.000 euro annui, in caso di nucleo familiare composto da un solo soggetto percettore di reddito; a 27.000 euro annui, in caso di nucleo familiare inteso come famiglia anagrafica composta da più soggetti conviventi.
Il coniuge ed i parenti entro il 2° grado possono concorrere alla determinazione del reddito anche se non conviventi.
Ai fini della valutazione della disponibilità economica, il datore di lavoro può anche certificare un reddito esente da dichiarazione annuale e/o Certificazione Unica.

I datori di lavoro interessati devono inoltrare la domanda per la dichiarazione della sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare previo pagamento di un contributo forfettario di 500,00 euro per ciascun lavoratore. In caso di inammissibilità, archiviazione o rigetto della dichiarazione di emersione, ovvero di mancata presentazione della stessa, non si procederà alla restituzione delle somme versate a titolo di contributi forfettari. Inoltre, il datore di lavoro è tenuto al pagamento di un contributo forfettario relativo alle somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale, la cui determinazione e le relative modalità di pagamento saranno stabilite con decreto ministeriale.
La domanda in argomento deve contenere, a pena di inammissibilità: il settore di attività del datore di lavoro; codice fiscale, residenza, data e luogo di nascita ed estremi del documento di riconoscimento in corso di validità del datore di lavoro, se persona fisica, o del legale rappresentante dell’azienda, se persona giuridica; nome, cognome, codice fiscale, residenza e data e luogo di nascita, ed estremi del documento di riconoscimento in corso di validità del lavoratore italiano o comunitario; attestazione che il datore di lavoro è in possesso del requisito reddituale; dichiarazione che la retribuzione convenuta non è inferiore a quella prevista dal contratto collettivo di lavoro di riferimento; la durata del contratto di lavoro con data iniziale antecedente alla data di pubblicazione del D.L. 34/2020 e con data finale successiva alla data di presentazione dell’istanza, se rapporto di lavoro a tempo determinato, oppure con data iniziale precedente alla data di pubblicazione del D.L. 34/2020, nell’ipotesi di rapporto di lavoro a tempo indeterminato; l’importo della retribuzione convenuta; l’orario di lavoro convenuto ed il luogo in cui viene effettuata la prestazione di lavoro.
Lo stesso datore di lavoro dovrà altresì dichiarare: di aver provveduto al pagamento del contributo forfettario di 500,00 euro previsto dal D.L. n. 34/2020, con l’indicazione della data di pagamento; di aver assolto al pagamento della marca da bollo di 16,00 euro, richiesta per la procedura, e di essere in possesso del relativo codice a barre telematico, il cui codice identificativo dovrà essere indicato nell’istanza; di aver provveduto al pagamento del contributo forfettario relativo alle somme dovute a titolo retributivo, contributivo e fiscale, determinato con decreto interministeriale ovvero di impegnarsi a pagare il contributo stesso entro dieci giorni dalla data di pubblicazione del predetto dm.

Novità sulla procedura FSBA covid-19 per le imprese artigiane

Con delibera del 25 maggio 2020, il Fondo di Solidarietà Bilaterale per l’artigianato ha comunicato l’aggiornamento della procedura per la gestione delle domande covid-19.

Tenuto conto di quanto previsto dall’art. 68 del Decreto Legge 34 del 19/5/2020 “Decreto Rilancio” che i datori di lavoro che nell’anno 2020 sospendono o riducono l’attività lavorativa per eventi riconducibili all’ emergenza epidemiologica da COVID-19, possono presentare domanda di concessione del trattamento ordinario di integrazione salariale o di accesso all’ assegno ordinario con causale “emergenza COVID-19”, per una durata massima di nove settimane per periodi decorrenti dal 23 febbraio 2020 al 31 agosto 2020, incrementate di ulteriori cinque settimane (pari a 70 giorni in caso di attività lavorativa su 5 giorni a settimana e 84 giorni in caso di attività lavorativa su 6 giorni a settimana), nel medesimo periodo per i soli datori di lavoro che abbiano interamente fruito il periodo precedentemente concesso fino alla durata massima di nove settimane.
È altresì riconosciuto un eventuale ulteriore periodo di durata massima di quattro settimane di trattamento di cui al presente comma per periodi decorrenti dal 1° settembre 2020 al 31 ottobre 2020.
Esclusivamente per i datori di lavoro dei settori turismo, fiere e congressi, parchi divertimento, spettacolo dal vivo e sale cinematografiche, è possibile usufruire di ulteriori quattro settimane anche per periodi decorrenti antecedentemente al 1° settembre 2020 a condizione che i medesimi abbiano interamente fruito il periodo precedentemente concesso fino alla durata massima di quattordici settimane.
Considerato:
– che le domande presentate hanno validità fino al 31 agosto 2020;
– che il termine di presentazione delle domande riferite a periodi di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per il periodo 23 febbraio – 30 aprile 2020 è fissato al 31 maggio 2020;
– che per le domande presentate oltre il predetto termine, l’eventuale trattamento di integrazione salariale non potrà aver luogo per periodi anteriori di una settimana rispetto alla data di presentazione;
– che diverse aziende hanno erroneamente presentato domande di CIG in deroga alle regioni, che ad oggi sono state rigettate e che per le stesse è possibile presentare domanda di sostegno al reddito a FSBA relativamente al periodo 23 febbraio – 31 agosto 2020, avendo cura di compilare apposita autodichiarazione e allegando documento di rifiuto della domanda da parte dell’INPS;
– che è possibile l’utilizzo di ulteriori 5 settimane, una volta esaurite le 9 settimane a disposizione;
– che è possibile l’utilizzo di ulteriori 4 settimane, con decorrenza 1° settembre 2020, una volta esaurite le 9 + 5 settimane a disposizione;
– che per le sole imprese artigiane dei settori turismo, fiere e congressi, parchi divertimento, spettacolo dal vivo e sale cinematografiche, tale possibilità e concessa anche per periodi decorrenti antecedentemente al 1° settembre 2020.
Il Fondo FSBA delibera di adeguare conseguentemente il Sistema Informativo, al fine di dare applicazione a quanto sopra considerato.
La rendicontazione delle assenze, nei limiti delle 14 settimane è relativa a 70 giorni in caso di attività lavorativa su 5 giorni a settimana e 84 giorni in caso di attività lavorativa su 6 giorni a settimana.
La rendicontazione delle assenze, nei limiti delle 18 settimane è relativa a 90 giorni in caso di attività lavorativa su 5 giorni a settimana e 108 giorni in caso di attività lavorativa su 6 giorni a settimana.

Il 29/5/2020 è stata pubblicata la versione aggiornata della procedura gestione presentazione domande covid-19, al fine di semplificare e razionalizzare la presentazione delle domande covid-19 sul Sistema SINAWEB.

Divieto di licenziamento per giustificato motivo oggettivo e tutela NASpI

Il carattere nullo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato da un datore di lavoro nel periodo soggetto a divieto, non rileva ai fini della spettanza dell’indennità NASpI; ciò, in quanto l’accertamento sulla legittimità o meno del licenziamento spetta al giudice di merito, così come l’individuazione della corretta tutela dovuta al prestatore. In ogni caso, tanto nell’ipotesi di reintegra che di revoca del licenziamento, il lavoratore sarà tenuto alla restituzione di quanto eventualmente percepito a titolo di NASpI (Inps, messaggio 01 giugno 2020, n. 2261)

Come noto, a decorrere dalla data del 17 marzo 2020, l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo (artt. 4, 5 e 24, L. n. 223/1991) è precluso per 5 mesi e nel medesimo periodo sono sospese le procedure pendenti avviate successivamente alla data del 23 febbraio 2020.
Altresì, sino alla scadenza del suddetto termine di 5 mesi, il datore di lavoro, indipendentemente dal numero dei dipendenti, non può recedere dal contratto per giustificato motivo oggettivo (art. 3, L. n. 604/1966), restando peraltro sospese le procedure già in corso.
Infine, il datore di lavoro che, indipendentemente dal numero dei dipendenti, nel periodo dal 23 febbraio al 17 marzo 2020, abbia comunque proceduto al recesso del contratto di lavoro per giustificato motivo oggettivo, può, in deroga alle previsioni che consentono di revocare il licenziamento entro il termine di 15 giorni dalla comunicazione dell’impugnazione del medesimo (art. 18, co. 10, L. n. 300/1970), ottenere la revoca del recesso in ogni tempo, purché contestualmente faccia richiesta del trattamento di integrazione salariale (artt. da 19 a 22, D.L. n. 18/2020) a partire dalla data in cui ha efficacia il licenziamento. In tal caso, il rapporto di lavoro si intende ripristinato senza soluzione di continuità, senza oneri né sanzioni per il datore di lavoro.
Tanto premesso, si è posta la questione in ordine alla possibilità di accesso alla prestazione di disoccupazione NASpI da parte dei lavoratori che hanno cessato involontariamente il rapporto di lavoro con la causale di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, nonostante il divieto posto dal Legislatore nella disposizione normativa di cui all’art. 46 del D.L. n. 18/2020 (come modif. dall’art. 80, D.L. n. 34/2020).
Così, a tal proposito, l’Ufficio Legislativo del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nel chiarire che l’indennità di disoccupazione NASpI è una prestazione riconosciuta ai lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione, ha osservato che non rileva, a tal fine, il carattere nullo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato da un datore di lavoro nel periodo soggetto a divieto. Ciò, in quanto l’accertamento sulla legittimità o meno del licenziamento spetta al giudice di merito, così come l’individuazione della corretta tutela dovuta al prestatore. Pertanto, qualora sussistano tutti i requisiti legislativamente previsti, è possibile l’accoglimento delle domande di indennità di disoccupazione NASpI presentate dai lavoratori il cui rapporto di lavoro sia cessato a seguito di giustificato motivo oggettivo, intimato anche in data successiva al 17 marzo 2020.
Tuttavia, l’erogazione della indennità NASpI sarà effettuata da parte dell’Inps con riserva di ripetizione di quanto erogato, nella ipotesi in cui il lavoratore, a seguito di contenzioso giudiziale o stragiudiziale, dovesse essere reintegrato nel posto di lavoro. In tale ipotesi, il lavoratore sarà tenuto a comunicare all’Istituto, attraverso il modello NASpI-Com, l’esito del contenzioso medesimo ai fini della restituzione di quanto erogato e non dovuto per effetto del licenziamento illegittimo che ha dato luogo al pagamento dell’indennità di disoccupazione.
Parimenti, nella ipotesi in cui il datore di lavoro revochi il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, chiedendo contestualmente per il lavoratore riassunto il trattamento di integrazione salariale a partire dalla data di efficacia del precedente licenziamento, quanto eventualmente già erogato a titolo di indennità NASpI sarà oggetto di recupero da parte dell’Istituto, in considerazione della tutela della cassa integrazione che verrà riconosciuta al lavoratore.
Infine, con riferimento all’applicabilità del divieto in parola anche nell’ambito del rapporto di lavoro domestico, essa va esclusa, soggiacendo quest’ultimo ad una peculiare disciplina di libera recedibilità.

Chiarimenti Inps sulle indennità Covid19

L’Inps ha concluso il riesame d’ufficio di circa 42.000 domande di indennità COVID19 per il mese di marzo 2020, in precedenza respinte, relative ai titolari di assegno ordinario di invalidità e ai lavoratori stagionali con qualifica rilevata attraverso l’Unilav. Dette domande saranno poste in pagamento sia per il mese di marzo sia per il mese di aprile 2020.

Il Decreto Rilancio Italia ha poi previsto per i lavoratori dello spettacolo una indennità COVID19 di 600 euro mensili per i mesi di aprile e maggio. I beneficiari iscritti al Fondo dei lavoratori dello spettacolo sono ricompresi in due platee: con almeno 30 contributi giornalieri versati nell’anno 2019 da cui deriva nel medesimo anno 2019 un reddito non superiore a 50.000 euro; con almeno 7 contributi giornalieri versati nell’anno 2019, da cui deriva nel medesimo anno 2019 un reddito non superiore a 35.000 euro; per tali platee è prevista l’incompatibilità con le pensioni dirette o con il lavoro dipendente verificati alla data del 19 maggio 2020. Per entrambe le platee sono on-line le domande di accesso con unico format per le due mensilità. Inoltre, coloro che con il requisito dei 30 contributi giornalieri che hanno già presentato domanda per il mese di marzo non devono presentare nuova domanda.
Quanto ai soggetti titolari di assegno ordinario di invalidità, questi potranno presentare domanda per le indennità COVID19 in scadenza per il mese di marzo, fino a lunedì prossimo 8 giugno 2020 (termine previsto inizialmente al 3 giugno). L’eventuale ammissione al pagamento di marzo comporterà anche il pagamento dell’indennità per il mese di aprile. La proroga del termine viene prevista anche per i titolari di reddito di cittadinanza che, pur non avendo diritto all’indennità per il mese di marzo, possono beneficiare dell’integrazione del reddito di cittadinanza stesso fino a capienza dei 600 euro (500 euro in caso di lavoratore agricolo) per il mese di aprile 2020. In caso di ammissione al beneficio non sarà quindi pagata l’indennità COVID19, ma esclusivamente una integrazione del proprio reddito di cittadinanza in corso di percezione.

CNCE: precisazioni sui versamenti sospesi alle Casse Edili/Edilcasse

 

 

 

La Commissione Nazionale per le Casse Edili – CNCE – fornisce chiarimenti sui versamenti sospesi di febbraio e marzo 2020

In merito a quanto previsto dal punto 4 dell’Accordo sottoscritto dalle parti sociali il 23 marzo 2020, in merito alla possibilità di rateizzare i versamenti sospesi di febbraio e marzo 2020, per un massimo di 4 rate senza sanzioni né interessi, la CNCE con comunicazione del 27 maggio 2020, precisa quanto segue:
“Con espresso riferimento alle dilazioni di pagamento di cui al citato Accordo, in via del tutto eccezionale, le Casse Edili/Edilcasse potranno procedere all’autorizzazione delle dilazioni di pagamento di cui sopra a fronte di alcune condizioni, tra cui:
1) l’impresa richiedente deve essere in regola con i pagamenti (salvo il periodo di sospensione);
2) nel caso di richiesta e concessione delle dilazioni in 4 rate, la prima rata (pari al 30% del totale) viene pagata entro il 31 maggio 2020, le restanti tre rate, di pari importo, fino alla concorrenza del totale dovuto, dovranno essere versate, rispettivamente, entro la fine dei successivi tre mesi;
3) dovrà essere garantito il pagamento ai lavoratori della cartella di GNF prevista per luglio, secondo i tempi contrattualmente previsti;
4) nel caso di mancato pagamento della prima rata, la Cassa dovrà attivarsi immediatamente nel recupero di quanto dovuto e, laddove sussistano i presupposti normativi, anche attraverso le procedure della responsabilità in solido.”

Stop agli scatti di anzianità nelle istituzioni socio assistenziali – Uneba

Da giugno è sospesa la maturazione degli scatti di anzianità  per il personale dipendente dalle realtà del settore assistenziale, sociale, sociosanitario, educativo aderenti ad Uneba

Le Parti, in considerazione della particolare situazione in cui versa il settore, concordano che, a far data dall’1/6/2020 e sino al 31/12/2022, viene sospesa l’anzianità relativa alla maturazione degli scatti.
La normativa degli scatti di anzianità del CCNL vigente prevede che alle lavoratrici ed ai lavoratori per i periodi successivi alla loro assunzione, spettano scatti triennali di anzianità per l’attività svolta presso la stessa Istituzione, fino ad un massimo di 10 scatti.
Pertanto, gli importi mensili degli scatti sino al 31/5/2020 rimangono i seguenti:

 

Livello

Importo €

Quadri 34,09
1 32,54
2 30,99
3 super 29,95
3 28,92
4 super 28,41
4 27,89
5 super 27,37
5 26,86
6 super 26,34
6 25,82
7 24,27

Processo amministrativo telematico: via libera del Garante privacy

Parere favorevole del Garante Privacy sullo schema di decreto del Presidente del Consiglio di Stato che fissa le regole tecniche per l’attuazione del processo amministrativo telematico, come modalità di trattazione della causa, alternativa a quella unicamente scritta, durante l’emergenza Covid19, nel periodo che va dal 30 maggio al 31 luglio 2020. Il Garante auspica però che, cessata l’emergenza, Consiglio di Stato e Tar si dotino di una piattaforma gestita direttamente o comunque sotto il loro controllo. Nella nota n. 465/2020 in commmento, si rendono inoltre noti: la richiesta di maggiori tutele per la conservazione dei documenti digitali ed il chiarimento fornito sul ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr.

Processo amministrativo telematico
In assenza, al momento di una disciplina tecnica specifica, lo schema di decreto stabilisce le modalità di collegamento, quelle di partecipazione dei difensori e dei magistrati, i tempi di discussione, le garanzie di sicurezza del sistema informativo, nonché lo svolgimento da remoto delle camere di consiglio dei magistrati. Lo svolgimento del del processo in videoconferenza può essere chiesta dalle parti o disposta d’ufficio in qualsiasi udienza pubblica o camerale.
Il Garante ha ritenuto positivo, in particolare, il fatto che non sia consentita la registrazione delle udienze, ciò dovrebbe impedire al provider, che offre il servizio di videoconferenza, di acquisire dati personali al di fuori dei “metadati” necessari per il collegamento video da remoto (identificativi per l’autenticazione coincidenti con gli indirizzi email, indirizzi Ip delle postazioni, data e ora della connessione). Il ricorso alla videoconferenza, inoltre, sarebbe limitato alle sole udienze con presenza dei difensori essendo invece le camere di consiglio decisorie svolte di norma in “audioconferenza”.
Il Garante dell privacy auspica tuttavia che, una volta cessata l’emergenza sanitaria, si adotti una piattaforma interna, gestita dagli organi di Giustizia amministrativa o sotto il loro stretto controllo, in quanto software open source presenterebbero il vantaggio di prestarsi a implementazioni direttamente su datacenter e reti della Giustizia amministrativa, o comunque su infrastrutture gestite collettivamente da o con altre Pa. Ciò eviterebbe i rischi di flussi transfrontalieri interni o esterni all’Unione europea legati a soluzioni “cloud” di aziende extra-europee.
Si sottolinea, inoltre, l’esigenza di adottare ogni opportuna iniziativa volta alla formazione del personale sull’uso dei sistemi, anche per evitare inconvenienti, quali, ad esempio, l’ascolto delle udienze e delle camere di consiglio da parte di soggetti non autorizzati a partecipare.
L’Autorità, infine, ha rappresentato l’esigenza di interpretare la disciplina della pubblicazione on line delle “copie di studio” dei provvedimenti giurisdizionali alla luce della giurisprudenza della Cassazione e del Regolamento europeo, così includendo tra i casi di anonimizzazione obbligatoria anche quelli relativi ai dati sulla salute, genetici e biometrici.

Conservazione documenti digitali: maggiori tutele
L’Autorità ha fornito parere anche sulle linee guida predisposte dall’Agenzia per l’Italia digitale nell’ambito dell’attuazione del Codice per l’Amministrazione Digitale, in caso di cessazione del servizio. Secondo il garante, l’AgID dovrà stabilire regole più precise per fare in modo che i soggetti che si occupano di conservazione dei documenti informatici rispettino a pieno la normativa sulla protezione dei dati personali, nel caso in cui la fornitura del servizio offerto a PA e a privati venga a cessare.
In particolare, il Garante privacy ha chiesto all’AgID, di integrare lo schema sottoposto in modo da assicurare specifiche tutele per i dati personali trattati in linea con il Regolamento europeo in materia, il cosiddetto GDPR.
Le Linee guida dovranno, in particolare, ricordare che la normativa impone al conservatore (che in questo caso). A tale proposito, è importante che nel processo di cessazione venga coinvolto anche il responsabile per la protezione dei dati (cosiddetto Rpd/Dpo).
L’Autorità chiede poi che nelle Linee guida il conservatore sia invitato ad ampliare l’”analisi dei rischi”, tenendo conto di quelli connessi al trattamento dei dati personali valutando, tra l’altro, la presenza di dati personali di categorie particolari, come quelli relativi alla salute, alle condanne penali o a reati. Il conservatore dovrà inoltre adottare adeguate misure di sicurezza per il “trasferimento degli archivi di conservazione”, così da garantire riservatezza, integrità e disponibilità dei dati contenuti nei documenti. Nel piano predisposto, il conservatore cessante dovrà infine indicare per quanto tempo sarà garantita l’accessibilità dei documenti, e definire modalità sicure per la “cancellazione degli archivi di conservazione”.

Il ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr
Circa, infine, il ruolo degli Organismi di Vigilanza dopo il Gdpr, il Garante ha precisato il ruolo e le responsabilità degli Organismi di Vigilanza (OdV) riguardo ai trattamenti dei dati personali svolti nelle loro funzioni e ha escluso che essi possano essere qualificati come titolari autonomi o come responsabili del trattamento.
Gli OdV, sia pur dotati di autonomi poteri di iniziativa e controllo per l’espletamento delle loro funzioni, non possono essere considerati autonomi titolari del trattamento perché i loro compiti non sono determinati dagli Organismi stessi, ma dall’organo dirigente dell’ente che, nell’ambito del modello di gestione e organizzazione, ne definisce gli aspetti relativi al funzionamento, compresa l’attribuzione delle risorse, i mezzi e le misure di sicurezza.
Inoltre, l’OdV non può essere considerato neppure quale responsabile del trattamento, inteso come persona giuridicamente distinta dal titolare che agisce per conto di quest’ultimo secondo le istruzioni impartite. Il Gdpr, infatti, pur non modificandone l’essenza, prevede ora, in funzione della gestione dei dati svolta per conto del titolare, un serie di obblighi in capo al responsabile del trattamento, come pure la sua diretta responsabilità per l’eventuale inosservanza degli stessi. Al contrario, eventuali omessi controlli sull’osservanza dei modelli predisposti dall’ente non ricadono sull’OdV ma sull’ente stesso.
L’OdV nel suo complesso non è quindi distinto dall’ente ma è “parte dell’ente” che, quale titolare del trattamento, definisce il perimetro e le modalità di esercizio dei compiti assegnati all’organismo, nonché il ruolo che, in base alla disciplina in materia di protezione dei dati personali, deve essere previsto per i singoli membri che lo compongono. In particolare, l’ente designerà i singoli membri dell’OdV come soggetti autorizzati, i quali dovranno attenersi alle istruzioni del titolare.

Cessione d’azienda illegittima, le retribuzioni corrisposte dal cessionario non liberano il cedente

In caso di cessione d’azienda illegittima, le retribuzioni corrisposte dal cessionario, che abbia utilizzato la prestazione del lavoratore, successivamente alla messa a disposizione di questi delle energie lavorative in favore dell’alienante, non producono un effetto estintivo, in tutto o in parte, dell’obbligazione retributiva gravante sul cedente che rifiuti, senza giustificazione, la controprestazione lavorativa (Corte di cassazione, ordinanza 14 maggio 2020, n. 8950)

A seguito di una sentenza di appello passata in giudicato, veniva dichiarata la nullità della cessione di alcuni rapporti di lavoro ed il loro ripristino in capo alla Società cedente. I lavoratori coinvolti, così, dopo aver inutilmente offerto la loro prestazione di lavoro, avevano adito il Tribunale per il riconoscimento delle retribuzioni maturate, ma il Giudice aveva accolto i ricorsi in opposizione dell’azienda cedente in base alla circostanza che gli stessi avevano continuato a prestare attività lavorativa alle dipendenze della Società cessionaria, da cui erano stati regolarmente retribuiti, Oltretutto, non sarebbe stata fornita la prova relativa ad eventuali danni sofferti per avere percepito somme inferiori rispetto alla retribuzione che sarebbe loro spettata alle dipendenze della cedente.
In sede di appello, invece, la Corte territoriale aveva accolto il gravame dei lavoratori, sul rilievo che gli stessi non erano stati retribuiti con riferimento ai periodi dedotti in causa, essendo cessati i relativi rapporti di lavoro per dimissioni, collocamento in mobilità, risoluzione consensuale incentivata, in epoca addirittura antecedente alla emissione della sentenza passata in giudicato. Altresì, la Corte aveva qualificato come risarcitoria l’azione intentata dagli appellanti e riteneva che non fossero emersi fatti integranti il cd. aliunde perceptum e/o percipiendi idonei ad elidere o diminuire il danno. Né sarebbero potute essere portate in detrazione le somme percepite a titolo di indennità previdenziali alla stregua di un consolidato orientamento di legittimità.
Ricorre così in Cassazione la Società cedente, lamentando l’erroneità della sentenza nell’aver ritenuto che la condotta dei lavoratori che avevano prestato il proprio consenso alla risoluzione del rapporto di lavoro con la cessionaria fosse irrilevante.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Secondo orientamento di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza 29092/2019), in caso di illegittimità della cessione di azienda o di ramo d’azienda, il rapporto con il destinatario della cessione è instaurato in via di mero fatto, tanto che le vicende risolutive dello stesso non sono idonee ad incidere sul rapporto giuridico ancora in essere, rimasto in vita con il cedente, sebbene quiescente per l’illegittima cessione fino alla declaratoria giudiziale.
Inoltre, va evidenziata la natura retributiva e non più risarcitoria dei crediti che il lavoratore ha ingiunto in pagamento alla Società cedente, a titolo di emolumenti allo stesso dovuti per effetto del mancato ripristino del rapporto da parte della società predetta in seguito a declaratoria dell’illegittimità della cessione di azienda.
Infine, seppur con riferimento alla fattispecie di interposizione di manodopera, ma comunque applicabile all’ipotesi di cessione del ramo d’azienda, considerato il riconoscimento di diritto vivente sopravvenuto operato dalla Corte costituzionale (sentenza 28 febbraio 2019, n. 29), rileva l’indirizzo per cui ove venga accertata l’illegittimità (dell’appalto o della cessione d’azienda) e dichiarata l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, l’omesso ripristino del rapporto di lavoro ad opera del committente o del cedente, determina l’obbligo di quest’ultimo di corrispondere le retribuzioni, a decorrere dalla messa In mora (Corte di Cassazione, S.U. sentenza 7 febbraio 2018, n. 2990).
Tanto premesso, acclarata l’illegittimità del trasferimento del ramo d’azienda, dalla messa in mora operata del lavoratore, vi è l’obbligo dell’impresa già cedente di pagare la retribuzione e non di risarcire un danno, non rinvenendosi peraltro nell’ordinamento norma di diritto positivo che consenta di ritenere che tale obbligazione pecuniaria possa considerarsi, in tutto o in parte, estinta per il pagamento della retribuzione da parte dell’impresa originaria destinataria della cessione. Ciò, anche sul presupposto dell’unicità di prestazione lavorativa e di obbligazione, con la qualificazione del relativo pagamento ottenuto dal cessionario alla stregua di un adempimento del terzo.
Del resto, non si pone una questione di compensatio lucri cum damno per ogni ipotesi di aliunde perceptum, considerato che va escluso che la richiesta di pagamento del lavoratore abbia titolo risarcitorio, titolo su cui si fonda la detraibilità dell’aliunde perceptum dal risarcimento.

Indennità “600 euro” di marzo: domanda entro il 3 giugno

L’art. 84, co. 14, DL n. 34/2020 (cd. DL Rilancio) ha stabilito che decorsi quindici giorni dalla data di entrata in vigore del decreto si decade dalla possibilità di richiedere le indennità riconosciute dal DL Cura Italia (DL n. 18/2020 convertito con mod. in L. n. 27/2020) relative al mese di marzo 2020. Pertanto entro il 3 giugno è necessario procedere alla relativa domanda.

Nel dettaglio, trattasi delle indennità di cui agli articoli 27, 28, 29, 30 e 38 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27. Parliamo dunque dell’indennità riconosciuta per il mese di marzo a:

– professionisti e lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (art. 27, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori autonomi iscritti alle Gestioni speciali dell’Ago (art. 28, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali (art. 29, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori del settore agricolo (art. 30, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27);
– lavoratori dello spettacolo (art. 38, D.L. n. 18/2020, convertito con modificazioni dalla legge 24 aprile 2020, n. 27).
Al fine di non decadere dal diritto in questione, è necessario quindi precedere all’inoltro della domanda entro il prossimo 3 giugno (15 giorni dal 19 maggio 2020, data di pubblicazione del DL Rilancio). Chi ha già richiesto l’indennità e l’ha ricevuta o è in attesa di riceverla non dovrà presentare nuova domanda per il mese di aprile, in quanto la mensilità sarà attribuita in modo automatico dall’Inps.
In merito alla domanda, si ricorda che i lavoratori, potenziali destinatari delle suddette indennità, per poter ricevere la prestazione di interesse, possono presentare in via telematica all’INPS la relativa domanda utilizzando i consueti canali telematici messi a disposizione per i cittadini e per i patronati nel sito internet dell’Inps (Messaggio Inps n. 1288/2020).
L’accesso alle domande on line di indennità di 600 euro è stato collocato direttamente nella home page del sito ed è reso disponibile a tutti i cittadini con modalità di identificazione più ampie e facilitate rispetto al regime ordinario (Messaggio Inps n. 1464/2020). A tal fine, stante il carattere emergenziale delle prestazioni in commento, i potenziali fruitori possono accedere al servizio dedicato con modalità di identificazione più ampie e facilitate rispetto al regime ordinario, utilizzando i consueti canali telematici messi a disposizione per i cittadini e per gli Enti di Patronato nel sito internet dell’INPS (Circolare Inps n. 49/2020).
In sintesi, le credenziali di accesso ai servizi per le nuove prestazioni sopra descritte sono attualmente le seguenti:
– PIN rilasciato dall’INPS (sia ordinario sia dispositivo);
– SPID di livello 2 o superiore;
– Carta di identità elettronica 3.0 (CIE);
– Carta nazionale dei servizi (CNS).
Qualora i potenziali fruitori delle citate indennità non siano in possesso di una delle predette credenziali, è possibile accedere ai relativi servizi del portale Inps in modalità semplificata.La modalità semplificata consente ai cittadini di compilare e inviare le specifiche domande di servizio, previo inserimento della sola prima parte del PIN, ricevuto via SMS o e-mail, dopo averlo richiesto tramite portale o Contact Center. Una volta ricevute (via SMS o e-mail) le prime otto cifre del PIN, il cittadino le può immediatamente utilizzare in fase di autenticazione per la compilazione e l’invio della domanda on line per le sole prestazioni sopra individuate (Messaggio Inps n. 1381/2020).
In alternativa al portale web, le stesse tipologie di indennità una tantum possono essere richieste tramite il servizio di Contact Center integrato, telefonando al numero verde 803 164 da rete fissa (gratuitamente), oppure al numero 06164164 da rete mobile (a pagamento, in base alla tariffa applicata dai diversi gestori). Anche in questo caso, il cittadino può avvalersi del servizio in modalità semplificata, comunicando all’operatore del Contact Center la sola prima parte del PIN.

Inoltre si ricorda che -come ribadito con comunicato Inps 26 maggio – il decreto Rilancio ha introdotto la cumulabilità delle misure di sostegno al reddito legate all’emergenza pandemica con l’assegno ordinario di invalidità. La cumulabilità riguarda anche l’indennità COVID-19 da 600 euro di marzo 2020 prevista dal decreto Cura Italia. Pertanto, chi ha avuto la domanda respinta a seguito del riesame d’ufficio potrà ricevere il pagamento dell’indennità di marzo, mentre i beneficiari di assegno ordinario di invalidità che non abbiano ancora presentato la domanda per l’indennità di marzo potranno richiederla entro il 3 giugno 2020 tramite l’apposito servizio.